IL TRICOLORE
La bandiera è il simbolo della Patria e dell’Italia.
Verde, bianco, rosso:verde è il colore delle sue pianure, dei suoi pascoli, dei suoi boschi:
Bianche sono le sue montagne, sempre coperte di neve.
Rosso è il sangue che uscì dalle ferite di tutti i suoi eroi.
Un pò di storia dell’Italia Unita
L’Italia, tanto tempo fa, era divisa in tanti stati governati da principi e re stranieri.
Durante il Risorgimento gli Italiani fecero tante guerre per formare l’Italia unita, governata da un unico re.
Il primo re d’ Italia fu Vittorio Emanuele II di Savoia.
La prima capitale d’Italia fu Torino(1861).
La seconda capitale fu Firenze(1865).
La terza e attuale capitale è Roma(1870).
Poesia
Saluto il tricolore
Se il tricolore sventola
io, bambino,lo saluto,
e penso che la Patria
ricorda quei colori.
La Patria è un bene grande;
e la Patria mia è l’Italia.
Per farla unita e libera
son tanti i suoi caduti.
Per farla giusta e nobile
Può anche un bambino
Con la bontà e lo studio,
dare il suo grande dono.
Per questo il tricolore,
fra tutte le bandiere
dei popoli del mondo,
con palpito sicuro
sventolerà nel cielo!
Testo informativo
Quest’anno ricorre il Centocinquantesimo Anniversario dell’Unità d’Italia.
Celebrare dopo 150 anni la proclamazione ufficiale del regno d’Italia, avvenuta il 17 Marzo 1861, è un’occasione per tenere alta l’idea della nostra nazione rendendo pure omaggio a tutti i personaggi storici che hanno dato prestigio al nostro passato.
Ricordiamo fra tutti il generale Giuseppe Garibaldi, detto l’ eroe dei due mondi;il ministro “tessitore” Camillo Benso, Conte di Cavour;il patriota genovese Giuseppe Mazzini e tutti gli eroi, uomini e donne, che hanno lottato, sofferto e creduto in una PATRIA UNITA E LIBERA.
Il logo ufficiale del Centocinquantesimo Anniversario dell’Unità d’Italia, sono le tre bandiere che rappresentano i tre giubilei del 1861-1961-2011, in un collegamento ideale tra le tre generazioni.
Le tre bandiere hanno la forma di vele gonfie e di volo d’uccello per dare l’idea della libertà conquistata e, il tricolore è il simbolo dell’Unità.
Tutti dobbiamo riconoscerci ed identificarci in questo simbolo!
I simboli della nostra Unità
Ogni bandiera ha una propria storia, un significato e tante modifiche che rispecchiano la storia del Paese che rappresenta.
La nostra Costituzione all’art.12 stabilisce:”La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano,verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di uguale dimensione”.
Nel passato non è stato sempre cosi’, perché allora non esisteva l’Italia di oggi.
Il tricolore comparve per la prima volta a Bologna nel 1795 come bandiera ufficilae della Repubblica Cispadana, con i colori disposti in strisce orizzontali.il rosso in alto,il bianco in mezzo e il verde in basso:al centro il simbolo delle quattro città:Bologna, Ferrara, Mantova e Reggio Emilia.
Il 2 Giugno 1946, quando l’Italia diventò una Repubblica, il tricolore diventò il nostro simbolo con il:
-verde, per i prati che ricoprono le nostre pianure;
-bianco, per la neve delle nostre montagne;
-rosso, per il sangue versato dai nostri patrioti.
LA SCUOLA SECONDARIA E L’UNITA’ D’ITALIA
BREVI CENNI SUI PERSONAGGI
DEL RISORGIMENTO ITALIANO NAZIONALE
La nostra unità nazionale è stata accompagnata da contrastate vicende storiche che hanno spinto i rivoluzionari italiani a sviluppare un’ idea di Patria sempre più forte e sentita ma, in modo particolare, a cercare di far nascere uno stato nazionale unito, com’ era già avvenuto per altre nazioni europee.
Il 17 marzo 1861 nel Parlamento di Torino fu proclamato il Regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II°.
Nella ricorrenza del 150° anniversario della nostra Unità Nazionale, gli alunni della Scuola secondaria di I° Grado dell’ Istituto Comprensivo “ G. Bianco “ di Sersale partecipano con gioia ed entusiasmo, ma soprattutto con vivo senso di orgoglio nazionale, ai festeggiamenti in onore dei grandi personaggi che, in epoca risorgimentale, emersero e determinarono con il loro coraggio, i loro ideali, i loro obiettivi la liberazione dell’Italia dal dominio straniero e quindi il suo RISORGERE.
Fra loro spiccano scrittori di romanzi storici, di trattati politici, autobiografici, patriottici, memorialisti.
Ne ricordiamo solo qualcuno.
- Ugo Foscolo: il suo pensiero è stato sempre dominato dall’opposizione allo straniero e alla lotta per la difesa della libertà e della dignità nazionale. La sua poesia è la voce più ricca ed appassionata che tiene fermi gli ideali ed i pilastri in cui si sarebbe costruita la società futura e che ispirò la generazione del risorgimento.
- Alessandro Manzoni: nell’ Inno Garibaldino sosteneva “ Liberi non saremo se non siamo uni “ Il concetto di Nazione è ben definito nella lirica patriottica “ Marzo 1821 “, una nazione è tale perché è costituita da un popolo che concorda le proprie tradizioni.
- Giuseppe Mazzini: figura di spicco del movimento liberale, repubblicano italiano ed europeo, uomo politico, patriota e scrittore; è stato definito “ l’ apostolo “ dell’ Unità d’ Italia e “ l’ anima “ del Risorgimento. Per Mazzini soltanto il Popolo può realizzare la missione di libertà e di progresso perché solo in esso Dio rivela la sua potenza. Egli voleva che l’ Italia fosse: Una, Libera, Indipendente e Repubblicana; disse a Bixio “ “ Qui si fa l’Italia o si muore “.
- Giuseppe Garibaldi: uomo d’azione, l’ Eroe dei due mondi, il mito degli italiani che in lui si riconobbero.
Quando giunse a Marsala, desiderò rivolgere alla folla presente un solenne discorso in cui ribadì il proposito di liberare Roma e, proprio dalla folla, si levò una voce: “ O Roma o Morte “ e Garibaldi ripeté: “ Si, o Roma o Morte “.
E, come non ricordare il memorabile “ Obbedisco “ nell’incontro a Teano con Vittorio Emanuele II.
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- Camillo Benso conte di Cavour: maggiore artefice dell’ unificazione Italiana, grande statista torinese ed uomo politico. Il suo credo: “ LIBERA CHIESA IN LIBERO STATO“ stava alla base della concezione del moderno diritto delle Nazioni. Voleva che Roma fosse proclamata capitale d’Italia per ragioni morali e storiche.
- Massimo D’Azeglio: patriota, uomo politico, pittore e scrittore piemontese; preparò l’ opera del Cavour mirando a compiere un rinnovamento dei costumi e trasmettendo poche e semplici idee. Viene ricordato anche per aver pronunciato la memorabile frase “ Ora è fatta l’ Italia, bisogna fare gli italiani”.
- Carlo Cattaneo: repubblicano e federalista, contrario alla monarchia; il suo obiettivo era la fondazione di tante repubbliche da unire in una Federazione. Lo si definisce “ Un Padre della Patria “ perché ha sostenuto che: “Il popolo deve tenere le mani sulla propria libertà e non delegare la libertà ad altri popoli stranieri “. Oggi, Cattaneo viene considerato l’ iniziatore della corrente di pensiero federalista in Italia.
- Vincenzo Gioberti: sacerdote torinese che auspicava una Confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del Papa o della dinastia Sabauda, come primo passo verso l’ unità nazionale.
Era necessario il contributo della Chiesa per raggiungere la libertà e l’ indipendenza, in una Italia culla della cattolicità e maestra di civiltà nel mondo e per una Italia che fosse: Forte e Libera .
- Carlo Pisacane: patriota e scrittore, rivoluzionario legato alle masse contadine. Con Mazzini preparò la spedizione nel Meridione che si concluse tragicamente nell’ impresa di Sapri. Il suo pensiero basato sui principi di libertà e uguaglianza, sperava che il Risorgimento dovesse essere il periodo che avrebbe eliminato le ineguaglianze sociali.
Sarebbero ancora molti i protagonisti risorgimentali che hanno contribuito all’ Unità d’ Italia, ne citiamo solo i nomi in memoria della loro indimenticabile grandezza: Antonio Rosmini, Silvio Pellico, Luigi Settembrini, Giuseppe Cesare Abba, Tommaso Grossi, Goffredo Mameli, Alessandro Poerio, Luigi Mercantini, Giovanni Prati, Aleardo Aleardi, Niccolò Tommaseo, Gioacchino Belli, Giuseppe Giusti, Ippolito Nievo.
Classe 3B.
La Spigolatrice di Sapri
La poesia racconta un episodio reale del nostro risorgimento: L’impresa di Carlo Pisacane e dei suoi compagni.
Carlo Pisacane era un patriota seguace di Giuseppe Mazzini. Nel giugno del 1857 sembrava imminente un’insurrezzione popolare in Campania contro il regime dei Borboni. Carlo Pisacane partì da Genova con una ventina di compagni,si fermò all’isola di Ponza dove liberò 300 prigionieri,poi sbarcò a Sapri.
Ma il moto rivoluzionario non era fallito e il gruppo di patrioti fu circondato dalle truppe borboniche e anche dai contadini. Tutti furono annientati e Pisacane, ferito si uccise…Era il 2 luglio 1857.
Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!
Me ne andava al mattino a spigolare
Quando ho visto una barca in mezzo al mare:
Era una barca che andava a vapore,
E issava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
È stata un poco, e poi s’è ritornata;
S’è ritornata, e qui è venuta a terra;
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.
Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
Ma s’inchinaron per baciar la terra:
Ad uno ad uno li guardai nel viso;
Tutti aveano una lagrima ed un sorriso:
Li disser ladri usciti dalle tane,
Ma non portaron via nemmeno un pane;
E li sentii mandare un solo grido:
— Siam venuti a morir pel nostro lido!—
Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
Un giovin camminava innanzi a loro;
Mi feci ardita, e presol per la mano,
Gli chiesi: —Dove vai, bel capitano?
Guardommi, e mi rispose: —O mia sorella,
Vado a morir per la mia Patria bella!—
Io mi sentii tremare tutto il core,
Nè potei dirgli: —V’aiuti il Signore!—
Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!
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Quel giorno mi scordai di spigolare,
E dietro a loro mi misi ad andare:
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi:
Ma quando fûr della Certosa ai muri,
S’udirono a suonar trombe e tamburi;
E tra il fumo e gli spari e le scintille
Piombaron loro addosso più di mille.
Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!
Eran trecento, e non voller fuggire;
Parean tremila e vollero morire:
Ma vollero morir col ferro in mano,
E innanzi ad essi correa sangue il piano.
Finchè pugnar vid’io, per lor pregai;
Ma un tratto venni men, né più guardai...
Io non vedeva più fra mezzo a loro
Quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro!...
Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!
Marzo 1821
Manzoni scrisse quest’ode nel 1821, quando i patrioti piemontesi speravano che Carlo Alberto intervenga con le sue truppe il Lombardia, per liberarla dagli Austriaci. Il poeta con tono appassionato chiama all’azione gli italiani e lancia un’invettiva contro gli Austriaci, colpevoli di aver calpestato quel principio di nazionalità che essi stessi hanno invocato contro Napoleone; afferma che il diritto dei popoli alla libertà e all’indipendenza è un diritto sacro: è volontà di Dio che a tutti gli uomini sia garantita una patria.
Soffermàti sull’arida sponda,
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: Non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!
L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno stretto le destre;
Già le sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.
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Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò,
Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor:
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d’altrui;
La sua parte, servire e tacer.
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?
O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna all’iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera, e pera
Della spada l’iniqua ragion.
Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì?
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Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio, ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
Va’, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne; l’Italia ti do.
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.
Quante volte sull’Alpe spiasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sbocciati,
Stretti intorno a’ tuoi santi colori,
Forti, armati de’ propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de’ popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.
Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: io non c’era;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.
Classe: III° C
Classe II A - Riflessioni
Da 150 anni siamo tutti uniti sotto un simbolo, il tricolore, che ha avuto la capacità di trasformare il pianto dei sottomessi in un sorriso.
(Roberto Spadafora)
L’Unità d’Italia si celebra in ricordo di tutti gli uomini morti affinché noi, oggi, possiamo considerarci tutti fratelli. Per me, ad essere unito è solo il territorio, ma non il popolo.
(Giulia Bianco)
Qualche giorno fa abbiamo celebrato i 150 anni dell’Unità d’Italia e ciò mi ha reso felice perché sono stati evidenziati i valori che sono presenti tra noi “fratelli d’Italia” e che ci hanno accompagnato in questo lungo cammino: rispetto reciproco, lealtà, onestà. Non tutti, però, credono veramente in questi valori e ciò mi dispiace.
Auguri, mio Bel Paese! Ti auguro una lunga vita serena e unita!
(Giuseppe Falbo)
Nonostante l’Italia abbia compiuto 150 anni dalla sua Unità, secondo me, ancora non è abbastanza unita. Il divario tra Nord e Sud è molto consistente e dobbiamo lavorare tanto per unificare veramente la nostra amata e combattuta patria.
(Angelo Mancuso)
L’Inno d’Italia inizia con la parola “Fratelli”, ma in realtà noi ci sentiamo fratelli?
(Cecilia Bianco)
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Il brigantaggio
Nel 1860, dopo l’Unità d’Italia,i cambiamenti introdotti dal nuovo governo provocarono un peggioramento delle condizioni di vita dei contadini del Sud;aumentò il malcontento popolare che, sommato alla questione meridionale sfocio’ in una ribellione dei contadini.
Poichè i ribelli vennero presentati come briganti, banditi di strada che saccheggiavano e rapinavano, questo fenomeno fu definito “brigantaggio” e fu uno dei principali problemi che il governo unito dovette affrontare.I poveri contadini delle campagne meridionali appoggiavano l’impresa garibaldina perché speravano che venissero assegnate loro le terre confiscate alla chiesa e ai grandi proprietari terrieri, molte delle quali, venivano lasciate incolte.
Nelle campagne meridionali, però nulla cambiò.Anzi, bisognava pagare le imposte e i dazi, aumentarono i prezzi sull’olio, sul pane e sulla farina.
Povertà e miseria,il servizio di leva obbligatorio, furono alcune delle ragioni che indussero a diventare briganti anche persone che probabilmente non sopportavano le prepotenze dei baroni.
Per domare il brigantaggio lo stato unitario dovette combattere una guerra che durò dal 1861 al 1865.Furono necessari piu’ di 100.000 soldati.
In Calabria fu mandato il piemontese Pietro Fumel che applicò senza riguardo la legge del sangue e del piombo, promettendo grosse ricompense sotto forma di denaro per coloro che avessero catturato un brigante.
Prevedeva la pena di morte per qualsiasi tipo di favoreggiamento oltre alla confisca dei beni.
La lotta contro i briganti, fu dura e, come diceva Smit, le vittime furono superiori al numero dei morti di tutte le guerre di indipendenza, messe insieme.
Alla fine, il brigantaggio fu stroncato, ma non vennero risolte le cause da cui era stato determinato.
Nel Dicembre del 1862, una commissione d’inchiesta presieduta da Giuseppe Massari, definisce il fenomeno come la “protesta bruta e selvaggia della miseria contro antiche e secolari ingiustizie”.
Alla fine del 1860, il nuovo regime si era consolidato anche in Sersale, tra il 1861 e il 1867, il fenomeno del brigantaggio, si fece sentire anche dalle nostre parti, come attesta il libro del professore Michele Scarpino e altri documenti dell’epoca.
Organizzazione e guida del brigantaggio nella Presila Catanzarese fu Luigi Muraca di Cerva, uomo audace e battagliero.
Collaborò in un primo tempo con i garibaldini per poi diventare sostenitore dei Borboni.
Scrisse anche un manifesto con il quale incitava la popolazione a battersi per il ritorno del re Federico II.
Si proclamò “generale in capo” dei rivoltosi della provincia, affermando che il suo era un brigantaggio politico.
Resta ancora vivo il terrore che Pietro Corea incuteva alle popolazioni:tuttora, quando si vede qualcuno comportarsi con eccessiva violenza, la gente dice:”Pare Pietru Corea”.diede filo da torcere alle istituzioni fino al Novembre del 1865, anno in cui venne arrestato.
Giosefatte Tallarico, fu per 43 anni, il terrore della Sila;Nicola Masasi nelle sue “Cronache del brigantaggio”scrive :”in lui la forza era accompagnata all’astuzia, la ferocia alla bontà,il coraggio alla prudenza, la rozzezza ad una certa cultura”.
Ma il vero animatore della rivolta, nella Presila, fu Padre Clemente da Sersale, che condusse un’aspra lotta con Luigi Muraca e Pietro Bianchi, occupando zone calabresi come Taverna, Cotronei e Carlopoli.
Padre Clemente segui’ il generale spagnolo Josè Bories, che in seguito lo lasciò, fuggendo tra le campagne.
Era lui fedelissimo ai Borboni insieme ad un altro frate brigante:Padre Girolamo.
Se è vero che, nel nostro paese ci fu qualche brigante, è altrettanto vero che alcuni sersalesi si batterono contro:Francesco Spadafora, per esempio, sconfisse la banda di Muraca in località Rupa.
Le squadriglie perlustravano le alture e i boschi della Presila Catanzarese e a a poco a poco, riuscirono a catturare i briganti.
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Dopo circa 4 anni, il fenomeno del brigantaggio, come rivolta anti piemontese si concluse e alla fine del 1867, nessuno osò più lontanamente lottare .
Anche in Sersale tornò la serenità e ognuno si rassegnò a svolgere il ruolo di suddito di sua maestà Vittorio Emanuele II di Savoia.
I briganti, come sappiamo, furono non solo degli assassini e delinquenti, ma spesso dal popolo venivano visti come dei difensori dei deboli e degli oppressi.
Le loro avventure alimentano un ricco filone di letteratura popolare, con centinaia di leggende e racconti di successo che descrivono le loro imprese.
Oggi, ci si chiede perché dopo 150 anni dall’Unità d’Italia, esista ancora questo divario sempre piu’ marcato fra Nord e Sud?
Ma noi sogniamo, come diceva il giudice Borsellino, che”UN GIORNO QUESTA NOSTRA TERRA SARA’ BELLISSIMA”.
Con questa poesia esprimiamo tutta la nostra
felicità nel sentirci italiani!
La forma è lo stivale
ma quello che più vale
è il cuore della gente
e quel che ha in mente.
Amo questo paese
assieme alla sua storia
e a tutte quelle imprese
che esaltano la gloria.
Di chi ha lottato ha lungo
per la sua libertà
facendo dell’ITALIA
un luogo di UNITA’!
Classe III A
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